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Il cemento armato e il ponte Morandi

Le recenti vicende legate al crollo del ponte sul Polcevera a Genova hanno aperto un vivace dibattito, che ha visto la partecipazione di tantissimi tuttologi, sul cemento armato, sul suo impiego, sulla salvaguardia di alcune opere di architettura realizzate con questa tecnologia, in particolare quelle con cemento “faccia a vista”, e poi sulla opportunità di recuperare il ponte Morandi, così come è, con interventi di restauro e consolidamento.

Io vorrei invece soffermarmi su un aspetto quasi mai trattato nei numerosissimi articoli, interviste o servizi pubblicati, quello della durata della vita del cemento armato, il cui utilizzo, risalente agli inizi del secolo scorso, è ancora troppo recente per potere diagnosticare patologie ancora sconosciute e sceliere le più opportune terapie.

L’idea alla base di questa tecnologia è stata quella di fare collaborare il calcestruzzo e il ferro, apparentati da un coefficiente di dilatazione termica assai simile, affidando al primo il compito di sopportare gli sforzi di compressione e al secondo quelli di trazione, che derivano dalle principali sollecitazioni alle quali vengono sottoposte tutte le strutture portanti di una qualsiasi costruzione.

Gli antichi romani, che conoscevano bene gli sforzi di trazione che si producevano nelle strutture orizzontali di un ponte , ebbero la geniale intuizione di inventare l’arco con il quale la trazione che si registra nelle fibre inferiori di una trave fu trasformata in compressione e scaricata sui conci trapezoidali che compongono l’arco romano, sconosciuto invece ai Greci che trovarono più facile (si fa per dire) affidare al marmo, o nei casi più poveri, al legno, la funzione di struttura orizzontale portante.

Nei secoli a seguire ci si è poi affidati a strutture verticali portanti costituite da murature in pietrame o laterizio sulle quali venivano semplicemente appoggiati solai e travi in legno.

Da Le Corbusier in poi si è pensato che il cemento armato fosse la soluzione definitiva e praticamente eterna che apriva nuove frontiere e consentiva persino nuovi azzardi nella progettazione architettonica.

Ben presto ci si è resi conto di quanto questa ipotesi non fosse ben fondata, soprattutto per le strutture esposte agli agenti atmosferici, perchè non si era tenuto conto della permeabilità del calcestruzzo all’acqua piovana che, penetrando nel cemento, incontra, già dopo pochissimi centimetri di “copriferro” il ferro di armatura, che si ossida, aumentando il proprio volume fino a 5 volte, con la conseguenza di creare fortissime pressioni laterali che tendono a lesionare il cemento, specialmente nelle parti più esterne e di diminuire progressivamente la propria sezione resistente.

È quello che negli ultimi anni sta per esempio succede in tantissimi condominii, dove gli amministratori devono confrontarsi con il problema del rifacimento dei frontalini, ma anche, e per altre cause, nella famosa casa sulla cascata di Wright, e che forse succederà anche (spero di no) ai volumi aggettanti del MAXXI di Zaha Hadid.

Non ho la competenza scientifica né l’autorevolezza per potere certificare la morte del cemento armato, e tantomeno per dare la preferenza all’impiego dell’acciaio, che pure ha dimostrato una maggiore longevità, come nei casi più noti della Tour Eiffel o del ponte di brooklin, o dei più famosi grattacieli americani, ma credo di potere affermare che sarebbe invece ora di affrontare con rigore scientifico il problema della durata della vita media delle strutture in cemento armato incentivando la ricerca.

A me, in quanto appartenente al mondo delle professioni tecniche, interessa meno sapere di chi siano le pur gravi responsabilità del crollo del ponte Morandi, ma sarei invece molto più incuriosito dai risultati di una prova di schiacciamento di qualche cubetto di calcestruzzo ricavato dalle macerie del ponte e poi confrontati con quelli risultanti al momento del suo collaudo statico.

Arch. Giancarlo Maussier